05 settembre 2010

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Volgiamo lo sguardo a Cristo Crocifisso

“ Cristo mi ha mandato a predicare il Vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani, ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti,non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”

(1 Cor. 1,17-18;22-29)

Tra gli ebrei, abituati a pensare le manifestazioni di Dio sullo schema dei prodigi dell’esodo dall’Egitto, era comune l’attesa di un Dio vittorioso e potente, risolutore, a cui nessuno avrebbe potuto opporsi. I Vangeli ricordano che più volte furono chiesti a Gesù segni convincenti (cfr. Mc. 8,11; Mt. 16,1;Gv. 2,18;6,38. In questa prospettiva la debolezza della croce appariva una via completamente estranea al piano di Dio: uno scandalo.

I greci erano abituati a valutare in termini di genialità, di originalità e di affermazione di sé. Per la loro cultura lo spendersi del Cristo in croce e il suo ostinato amore apparivano mortificazione di ogni originalità, mancanza di genialità e stoltezza: il contrario dei contrassegni dell’epifania di Dio.

Ancora oggi la croce è scandalo e stoltezza e il motivo è sempre lo stesso: agli occhi degli uomini appare segno di debolezza che la libertà vera si possa ottenere solo quando, sulle orme di Gesù crocifisso, si ha il coraggio di consegnare tutta la propria esistenza nelle mani di Dio Padre, per essere liberi di servire gli uomini. L’incredulo vede in essa uno scandalo insuperabile, uno scandalo teologico e quindi trova in essa la giustificazione del proprio rifiuto.

Per chi crede, la croce è manifestazione suprema dell’amore del Padre e del dono di Gesù, il gesto che fa toccare con mano l’inesauribile amore di Dio verso di noi.

Potenza perché proprio nell’apparente debolezza dell’amore e del dono di sé Dio ha salvato il mondo. Sapienza perché il volto di Dio è fatto di amore: fare il segno della croce o portare la croce al collo deve essere testimonianza che, nella nostra povertà e fragilità, ci dichiariamo anche noi dalla parte di quell’amore capace di sacrificare la propria vita.

La passione è uno scandalo da superare: scandalo teologico perché non si tratta soltanto di accettare la croce come un momento qualsiasi della vicenda del Messia, ma come il luogo privilegiato in cui Dio si è manifestato nella sua realtà profonda e nella sua forza vittoriosa. La croce non è una smentita, una sconfitta ma un compimento. E’ un passaggio obbligato per ogni discepolo, fa parte a pieno titolo della chiamata. Il credente trova nella croce la rivelazione più alta e inaspettata del volto misericordioso di Dio e ne fa la ragione della propria fede.

Per Gesù la croce è il prezzo della fedeltà e dell’amore a Dio e agli uomini. La croce è la rivelazione massima, oltre ogni attesa, della solidarietà di Dio nei confronti dell’uomo. Una solidarietà così forte che non si lascia vincere dallo stesso rifiuto dell’uomo. Rifiutato da noi, Gesù muore per noi. La croce è la rivelazione di chi è veramente Dio: un amore infinito, superiore ad ogni immaginazione. Il gesto del Padre che dona il Figlio e del Figlio che dona se stesso non è misurato sul bisogno dell’uomo, ma sulla ricchezza dell’amore di Dio. Per tutto questo non solo la croce è lieta notizia, ma in un certo senso è il centro della lieta notizia. Un secondo aspetto che fa della croce una lieta notizia è che essa mostra che la via dell’amore è vittoriosa: sembra perdente, ma è vittoriosa. La croce è una lieta notizia per tutti coloro che spendono la loro vita al servizio di Dio, della giustizia e della verità. Sbaglieremo se pensiamo all’evento della croce come a un disguido prontamente riparato dalla resurrezione. La resurrezione è invece l’altra faccia della croce: non la riparazione di una sconfitta, ma il segno che la croce non era una sconfitta. La resurrezione è il segno che la via della fedeltà a Dio e del dono di sé fino alla croce è vincente.

Sulla croce ,il Cristo ci sta davanti come l’uomo dei dolori, “ rigettato dagli uomini “ , “ percosso da Dio e umiliato “ (Is.53,3-4). Non ha “ né apparenza, né bellezza “ (Is. 53,2), tutto il suo splendore è scomparso, perché porta la bruttezza del nostro peccato. Ma proprio in questa condizione di annientamento si rivela il più meraviglioso aspetto della sua bellezza: un Cristo che, pur schiantato dalla sofferenza, è pervaso di sovrana maestà. Dal momento in cui è arrestato, alle viarie fasi del processo fino al momento in cui, “ chinato il capo, rese lo Spirito “ (Gv. 19,30), Cristo è l’uomo pienamente libero e padrone della propria vita, è il vero sommo sacerdote che offre se stesso in sacrificio sull’altare della croce, e che porta a compimento in se stesso tutte le Scritture (cfr. Gv.19,30: “ Tutto è compiuto “). Da questo momento l’intero universo gravita intorno all’asse della sua croce e tutti gli uomini, consapevoli o no, si muovono in questa sfera di attrazione. Volgere lo sguardo a Cristo crocifisso significa volgere lo sguardo del cuore, far convergere verso il Cristo tutto il nostro amore.

La contemplazione deve sfociare nella più intima comunione. Il mistero della croce deve essere assunto interamente e vissuto in ogni fibra del nostro essere. La passione di Cristo deve cioè diventare la nostra passione; la sua morte, la nostra morte. Dobbiamo unire al sacrificio del Signore il sacrificio quotidiano della nostra vita, sacrificio di obbedienza al Padre, nell’adesione al suo disegno su di noi.

“ Il digiuno per unirsi a Cristo e aiutare chi è nel bisogno”.

Messaggio di Benedetto XVI° per la Quaresima 2009.

Nell'anno del Signore 2009, anno della crisi economica mondiale nata e sempre più radicata nel benestante Occidente, Papa Benedetto XVI concentra la sua tradizionale riflessione offerta ai credenti per la Quaresima sul valore del digiuno, della rinuncia e della solidarietà per i più poveri. Un cambio di stile di vita che Papa Ratzinger, dopo aver esplicitamente invocato in occasione del Natale 2008, ora rinnova in occasione della Pasqua 2009, pur senza riferimenti diretti alla crisi. E, proprio nei mesi in cui si attende l'arrivo della nuova e annunciata Enciclica sociale, il cui ritardo è dovuto anche all'intenzione di dedicare una parte proprio alla crisi economica, la consueta esortazione al digiuno che caratterizza ogni Quaresima, assume, nel messaggio papale di quest'anno, i toni di un vero e proprio testo sociale. Il Messaggio per la Quaresima - lungo 8 cartelle - è stato firmato da Benedetto XVI l'11 dicembre 2008. E' stato presentato questa mattina in Vaticano dal card. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum", da mons. Karel Kasteel, segretario del medesimo dicastero, e da Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Quella attuale, scrive Benedetto XVI nel Messaggio per la Quaresima, è una "cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale" dove "la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato" il "valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo". "Digiunare - scrive Benedetto XVI - giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una 'terapia' per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio". Papa Ratzinger si sofferma quest'anno sul "valore e sul senso del digiuno". "La Quaresima, infatti - dice - richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica". Il digiuno, dunque, "rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali - prosegue il Papa - aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana". Nel testo, dedicato al tema "Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt 4, 2), il Papa analizza in modo ampio il senso e il significato del digiuno. "Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento", si interroga. Il digiuno "è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce". Per questo occorre vivere il periodo della Quaresima come "un cammino di intenso allenamento spirituale". "Poichè tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze - ribadisce Benedetto XVI - il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore". "Il vero digiuno - spiega Papa Ratzinger - è compiere la volontà del Padre", cioè è "finalizzato a mangiare il 'vero cibo', che è fare la volontà del Padre". C'è dunque una "forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato". Il Papa esorta dunque a vivere il periodo quaresimale nel segno della solidarietà. Sia una "occasione opportuna" per seguire "l'antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo". "Il digiuno - scrive Benedetto XVI - ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli". "Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo". Per questo, "proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli", Papa Ratzinger incoraggia "le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina". Il Papa esorta i fedeli anche a realizzare "speciali collette" e a "dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, è stato messo da parte. Anche oggi - dice - tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale". Infine, l'invito a vivere la Quaresima con "un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al sacramento della riconciliazione e nell'attiva partecipazione all’Eucarestia.

Dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009 la Chiesa universale celebra uno speciale Anno GIUBILARE, indetto da Benedetto XVI dedicato all’apostolo Paolo, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C.

L’obiettivo indicato dal Papa è quello di riscoprire la figura e gli scritti di San Paolo, meditando sulla sua profonda spiritualità di fede, speranza e carità, e rivitalizzando così la nostra fede e la testimonianza pubblica.

La figura dell’Apostolo è complessa egli scrive in greco ma pensa da semita, è ebreo ma nasce nella diaspora ed è cittadino romano, è educato da Gamaliele nella più stretta osservanza della religione dei padri, ma è conquistato da Cristo. Ed è appunto sulla via di Damasco che Paolo afferrato da Cristo inizia una vita nuova che lo trasformerà in “Apostolo delle genti”

"Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non segue un modello umano; infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo"(Gal 1,11-12). In questa frase possiamo vedere l'origine, il contenuto, la qualità di ciò che Paolo ha annunciato e per cui ha vissuto e dato la vita fino al martirio. A Damasco, fra il 34 e il 36, non avvenne solo una conversione di Paolo dal Giudaismo al Cristianesimo ma ricevette una chiamata profetica avente per contenuto il Cristo Figlio di Dio e come destinatarie tutte le genti. "Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco" (Gal 1,15-16). Paolo ha ricevuto la grazia di essere apostolo (cf. Rm 1,5) per un dono immeritato. Per pura grazia benevolente di Dio, che lo aveva messo da parte fin dalla nascita come il profeta Geremia, a Damasco Paolo riceve una chiamata a portare alle genti il lieto annunzio, che ha come contenuto la rivelazione avuta: Gesù Cristo come Figlio di Dio. Questa è una rivelazione non solo data a lui, ma rivelata in lui, un'esperienza spirituale profonda che stravolge la sua vita. L’evento di Damasco ha comportato in Paolo un rovesciamento di valori, il centro di tutto il suo pensiero e della sua vita non era più la Legge e il tempio, ma la persona di Gesù Cristo Signore. A Damasco Paolo è stato afferrato da un amore che lo ha sedotto e conquistato con la sua immeritata gratuità. Conquistato dall'Amante del cantico, d'ora in poi dovrà "ineluttabilmente" farne partecipi tutti gli uomini, specialmente quelli che erano considerati impuri, lontani e maledetti da Dio. In 1Cor 9,16ss Paolo ricorda questo suo impulso interiore irrefrenabile all'annuncio del Vangelo, chiamandolo necessità. L'evangelizzazione non è un'opera che Paolo si è assunto autonomamente ma un incarico che gli è stato affidato. Nella lettera ai Corinzi Paolo descrive la sua spiritualità missionaria: "Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro". Come suo metodo missionario Paolo ha fatto proprio un atteggiamento di apertura universale e di inculturazione nei due mondi culturali e religiosi allora predominanti, quello giudeo e quello ellenistico. Paolo si è fatto partecipe delle situazioni di chi è fragile a ogni livello, specialmente morale e religioso e infine si è reso disponibile totalmente ad ogni uomo, indistintamente, perché potesse entrare in contatto con la forza salvatrice del vangelo, che è il Cristo in persona

Mi chiami per nome, Signore
(cf. Atti 9,1-19)

Mi chiami per nome, Signore,

lungo la via di Damasco.

Mi precipiti a terra

perché, toccando il suolo,

io possa risorgere.

Mi accechi con la tua luce,

perché io ti possa vedere

nei discepoli che perseguito.

Accetto che altri mi conducano,

mi impongano le mani

per essere colmato di Spirito Santo.

Ho vissuto l'esodo dalle mie sicurezze.

Ora conosco solo te, o Cristo,

Signore crocefisso.

Che io ti possa vedere

dopo aver portato il tuo nome alle nazioni

e aver assunto anch'io

la tua croce, scandalo per gli uomini,

segno della tua follia d'amore.

Amen.

(Ezio Gozzotti)

 
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